Giorgio Bongiovanni: "Dalle stragi di mafia ai rapporti con la CIA, la verità va ancora cercata"

17 agosto 2026  

A 34 anni dalla strage di via D’Amelio, l’attentato mafioso avvenuto a Palermo il 19 luglio 1992, nel quale persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina e Vincenzo Li Muli, il tema della verità sulle stragi italiane resta tutt’altro che chiuso. Le sentenze hanno contribuito a ricostruire responsabilità e dinamiche, ma, accanto alle verità giudiziarie, rimangono interrogativi sui possibili mandanti, sui depistaggi e sul ruolo che avrebbero potuto avere apparati dello Stato e soggetti esterni a Cosa nostra. È partendo da queste domande che ho deciso di intervistare il direttore di Antimafia 2000, Giorgio Bongiovanni che da anni si batte per ricercare la verità  nascosta dietro le stragi che hanno dilaniato l’Italia. Nel corso dell’intervista affrontiamo alcuni dei capitoli più controversi della storia recente italiana: da Piazza Fontana alla strage di Bologna, da Capaci e via D’Amelio alle bombe del 1993, passando per i rapporti tra i servizi segreti italiani e la CIA. Ne emerge una lettura che intreccia mafia, stragi, servizi segreti e rapporti internazionali, dove Bongiovanni riporta al centro questioni che ancora oggi attendono risposte.

Direttore, nel suo intervento pronunciato in via D’Amelio in occasione del 34° anniversario della strage di Paolo Borsellino, lei ha affermato che "gli Stati Uniti d’America hanno fatto le stragi nel nostro Paese". Su quali elementi ritiene si fondi questa ricostruzione e quali prove considera più significative?

“Ci sono tracce indiscutibili che vedono un coinvolgimento più o meno diretto, nelle fasi di preparazione, di esecuzione, di depistaggio e così via, dei Servizi segreti o, se vogliamo, chiamiamoli apparati dello Stato legati a doppio filo con gli Stati Uniti d’America. Lo racconta la storia della nostra Repubblica. Ed è anche una verità processuale perché nelle sentenze che riguardano la strage della Banca dell’Agricoltura a Milano nel sessantanove, la sentenza sulla strage di Brescia, la sentenza sulla strage di Bologna è acclarato il ruolo che hanno svolto uomini dei servizi dell’intelligence americana nelle stragi, coprendo esecutori materiali neofascisti, occultando delle prove, pilotando le stragi in modo da alimentare una strategia della tensione il cui scopo era sostanzialmente quello di impedire in tutti i modi che forze della sinistra potessero entrare nell’area di governo. Posso anche entrare più nel dettaglio con alcuni esempi. Il 12 dicembre del 1969 vi fu la strage di Piazza Fontana a Milano, anche detta della Banca dell’Agricoltura, per la quale sono stati condannati pure con sentenza definitiva due vertici dei servizi segreti (SID): il generale Gian Adelio Maletti e il capitano Antonio La Bruna. Per la strage alla questura di Milano, 13 maggio 1973, venne condannato il falso anarchico Gianfranco Bertoli, uomo del neofascismo, interno a Ordine Nuovo e informatore del Sifar (il vecchio servizio segreto). Inoltre, sempre per la strage, fu condannato come responsabile Carlo Digilio, che era un esponente italiano collegato alla CIA”.

“Veniamo poi alla strage di Brescia in Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974 mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista: una bomba nascosta in un cestino portarifiuti esplose uccidendo otto persone e ferendone 102. Per questo delitto la Cassazione, la notte del 20 giugno 2017, aveva confermato le condanne all’ergastolo per i neofascisti Carlo Maria Maggi (il capo di Ordine Nuovo a Venezia) e Maurizio Tramonte, informatore dei servizi segreti. Dai processi emerse anche che i servizi sapevano che cosa stavano facendo i neofascisti di Ordine Nuovo e li lasciavano fare. Il generale del Sid Gian Adelio Maletti aveva ricevuto le informazioni, guardandosi bene dal passarle ai magistrati, sia prima, sia dopo la strage. Le indagini sulla strage di Bologna sono state segnate da gravissime e ripetute azioni di depistaggio poste in essere da parte di uomini ai vertici dei servizi segreti, che si scoprì anche essere stati appartenenti alla loggia ‘massonica P2’ di Licio Gelli, uomo vicinissimo agli Stati Uniti d’America ed alla stessa Cia”.

“Proprio i servizi segreti americani sequestrarono l’archivio di Gelli in Uruguay lasciando l’autorità giudiziaria italiana, che avevano già sequestrato gli elenchi della P2, a ‘bocca asciutta’. Guardando sempre alla strage di Bologna le sentenze più recenti, quelle che hanno riguardato la condanna definitiva di Paolo Bellini, ex terrorista di Avanguardia Nazionale e figura che ebbe un dialogo con i mafiosi proprio nel 1992 in una vicenda che è conosciuta come la ‘trattativa delle opere d’arte’, ci dicono che ci sono prove eclatanti che Licio Gelli e Federico Umberto D’Amato, il primo capo della P2 ed il secondo dei servizi segreti, contribuirono all’organizzazione della strage di Bologna. Lo scrivono in oltre 1700 pagine di motivazioni di sentenza i giudici della corte di Assise di Bologna: “All’esito dell’istruttoria, si deve ritenere raggiunta la prova che Paolo Bellini fece parte del commando che eseguì materialmente la strage del 2 agosto 1980, con mansioni esecutive e di raccordo con gli altri concorrenti”.

“Voglio ricordare che la tessera della loggia era posseduta dal direttore del Sismi Giuseppe Santovito e dal suo vice Pietro Musumeci, entrambi feroci sostenitori della falsa pista internazionale. Musumeci è stato condannato in via definitiva a 8 anni e 5 mesi di reclusione per calunnia aggravata (in Italia, per assurdo, non esiste il reato di depistaggio, ndr) e Santovito se l'è cavata perché è morto prima della sentenza. Tessera della P2 posseduta anche dal capo del Sisde, il servizio segreto civile che aveva individuato da subito la pista neofascista, salvo poi ‘adeguarsi’ all’idea della pista internazionale su ‘suggerimento’ di Licio Gelli, anche lui condannato per il depistaggio delle indagini sul 2 agosto, che si è portato nella tomba i suoi segreti. Gelli, il generale Musumeci, il col. Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza furono anche imputati per aver creato, all’interno del servizio segreto militare, una super-struttura occulta, il cosiddetto Super Sismi, addirittura sospettata di aver operato in collegamento con elementi della criminalità organizzata”.

“Queste cose non sono semplici tesi. Come detto da ex ministro Vincenzo Scotti, nel libro ‘Sorvegliata speciale - Le reti di condizionamento della Prima Repubblica’ l’Italia è stata sempre condizionata. E in qualche maniera le mafie e le organizzazioni criminali sono state eterodirette e usate. E lo stesso vale per le stragi degli anni Novanta. ‘Ci siamo portati dietro morti che non ci appartengono’. È questa la celebre espressione che Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio, avrebbe detto al capomafia Giuseppe Graviano ad un appuntamento a Campofelice di Roccella, in un periodo compreso tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94. Era quello il periodo in cui veniva pianificato l’attentato allo stadio Olimpico che avrebbe dovuto colpire un bel po’ di carabinieri. In più sedi l’ex killer di Cosa Nostra ha spiegato ulteriormente quel pensiero: ‘Per Capaci e via D’Amelio, ha sempre detto Spatuzza, per quello che mi riguarda erano nemici anche miei, anche se non li ho mai conosciuti, e in quell’ottica per me andava bene anche usare modalità terroristiche, ma quando andiamo a mettere cento e passa chili di esplosivo in una strada abitata non è più qualcosa; stiamo andando verso qualcosa che non ci appartiene più’”.

“Guardando alla strage di Capaci, il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera ha raccontato della presenza di soggetti esterni alla vicenda della strage. Disse anche che Antonino Gioè, figura che fu in contatto con Bellini, era personalmente impegnato nell’accompagnamento di questi personaggi, che ‘supervisionavano’. Il Capo dei capi Salvatore Riina, intercettato il 6 agosto 2013, riferendosi alla strage di Capaci, disse al suo compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, che su quella strage c’era un segreto che avrebbe fatto finire ogni cosa. E poi ancora una perizia del Fbi fa emergere che sulla scena del crimine c’erano tracce di Semtex, esplosivo di tipo bellico prodotto all’epoca in Repubblica Ceca. FBI che fu coinvolta nelle indagini senza che venisse informata la Procura. C’è l’ipotesi di un ‘doppio cantiere’, a supporto di quello di Cosa nostra, ma con un’origine non mafiosa. Sul punto consiglio il libro di Stefania Limiti – Doppio livello. Come si organizza la destabilizzazione in Italia”. E poi ancora ricordo il foglietto, ritrovato sul luogo della strage, con il numero di telefono riferito ad un agente dei servizi di sicurezza. Sappiamo, inoltre, che a premere il telecomando che azionò la bomba non doveva essere l'ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, ma Pietro Rampulla, un mafioso della provincia di Messina, ex fascista vicino a Ordine nuovo ed esperto di esplosivi. Non si presentò per un improvviso ‘impegno’. E poi ancora c'è il mistero delle telefonate effettuate in quel giorno da uno dei cellulari clonati in possesso di Cosa nostra, usato da quel Nino Gioè, poi morto a Rebibbia nel 1993, in circostanze tutt'altro che chiare. Erano tutte indirizzate a un’utenza del Minnesota, negli Stati Uniti d’America. Altre piste vengono fornite dalle impronte di Dna femminile rinvenute sui guanti recuperati sui luoghi del cratere”.

“C’era anche una donna nel commando che agì su Capaci? Qualche anno fa il criminologo Federico Carbone, in un’intervista a ‘Il Giornale’, aveva raccontato di aver saputo da una fonte, un generale dell’esercito USA di stanza a Camp Darby, una donna vicina alla Cia, diversi elementi sull’attività di una struttura legata al servizio segreto Usa. In via confidenziale le parlò della morte di Marco Mandolini, il parà della folgore trovato morto il 13 giungo 1995 nei pressi di Livorno, e della strage di Capaci facendo intendere un coinvolgimento dei servizi segreti americani”.

“Tornando alla possibile mano esterna dietro le stragi voglio ricordare anche le testimonianze su presenze di donne in via Palestro, a Milano, ed anche per la strage di via dei Georgofili a Firenze. Sul punto ci sono inchieste aperte. L’ombra dei servizi segreti sulla strage di via Palestro emerge anche da quanto raccolto dal collega Fabrizio Gatti che ha scritto il libro ‘Educazione americana’, la storia di un agente della Cia presente a Milano che dice di chiamarsi Simone Pace il quale gli rivelò dei retroscena della strage. Questo soggetto parlava dell’esistenza di una squadra clandestina della Cia, guidata da un uomo che si faceva chiamare Viktor, che un sabato sera di aprile del 1993 lo portò a fare un sopralluogo in via Palestro. Gatti ha spiegato che Simone Pace è il nome di copertura dell’ex agente della Cia, protagonista del rapimento di Abu Omar. Un caso che dimostra chiaramente le ingerenze americane e la ‘sottomissione’ in un certo senso, dell'intelligence italiana a quella degli Stati Uniti. Ciò significa che le stragi sono state poste in essere su spinta internazionale? Il sospetto è quantomeno lecito”.

Sempre nel suo intervento, lei ha sostenuto che i servizi segreti italiani avrebbero agito e agirebbero sotto il controllo della CIA. Ritiene che questa influenza sia ancora presente oggi? Se sì, in che modo si manifesterebbe nelle istituzioni italiane?

“Io ritengo che l’influenza della Cia sui nostri servizi segreti sia totale. Da sempre e per sempre. Un caso lampante l’ho già citato: è il caso Abu Omar. Rappresenta una delle pagine più controverse dei rapporti tra servizi segreti italiani e statunitensi nella cosiddetta ‘guerra al terrorismo’. Il rapimento dell’imam egiziano, sequestrato a Milano nel 2003 da agenti della CIA con la collaborazione di uomini del Sismi e il supporto di un sottufficiale dei Carabinieri, mostra una sostanziale subordinazione dell’intelligence italiana agli interessi americani. L’operazione di extraordinary rendition, oltre a violare il diritto internazionale e le procedure di estradizione, finì anche per ostacolare le indagini della Procura di Milano. Sul piano giudiziario, la vicenda si è trasformata nel simbolo dell’impunità. Il segreto di Stato, opposto a tutela dei vertici del Sismi, ha impedito di accertare pienamente le responsabilità italiane, mentre gli agenti della CIA condannati non hanno mai scontato la pena, grazie al rifiuto degli Stati Uniti di concedere l’estradizione e alle successive grazie concesse ad alcuni di loro. Una serie di decisioni della Corte costituzionale ha finito per far prevalere la ragion di Stato sull’accertamento della verità, facendo calare quello che è stato definito un vero e proprio ‘nero sipario’ sulla vicenda. L’epilogo è stato segnato anche dalla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la violazione del divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti. Resta così il bilancio amaro di una vicenda in cui le responsabilità politiche e istituzionali sono rimaste sostanzialmente senza conseguenze, alimentando l’impressione di una persistente dipendenza dei servizi italiani dalla CIA e della difficoltà dello Stato di garantire giustizia quando entrano in gioco gli apparati di intelligence”.

Lei ha citato Il Fatto Quotidiano, Report e Antimafia Duemila, sostenendo che ci sarebbe un chiaro tentativo di colpire alcune realtà giornalistiche. Quanto crede sia grave la libertà d'informazione in Italia?

“La libertà d'informazione in Italia attraversa una fase che considero molto preoccupante. Da un lato stanno peggiorando le condizioni di lavoro dei giornalisti, dall'altro si moltiplicano norme che restringono la possibilità di raccontare i fatti di interesse pubblico, aumentando la pressione sull'attività di cronaca. Un elemento particolarmente critico è rappresentato dalla riforma Cartabia, entrata in vigore nel gennaio 2025. Il meccanismo dell'improcedibilità può portare alla chiusura definitiva di processi per reati che incidono sulla vita collettiva e, in alcuni casi, consente anche l'anonimizzazione dei nomi negli atti giudiziari. Il risultato è che diventa sempre più difficile ricostruire e raccontare ciò che è accaduto, con un evidente impoverimento del diritto dei cittadini a essere informati. A questo si aggiunge il divieto di pubblicare i nomi contenuti nelle ordinanze di custodia cautelare e, di conseguenza, di raccontare anche le relazioni tra gli indagati e altri soggetti”.

“La presunzione d'innocenza è un principio fondamentale dello Stato di diritto, ma non dovrebbe tradursi in una sottrazione di informazioni di interesse pubblico. Al contrario, una democrazia si rafforza attraverso una maggiore trasparenza. Il segreto, invece, rischia di produrre l'effetto opposto: se tra gli arrestati vi sono persone coinvolte nella gestione della cosa pubblica, l'occultamento delle informazioni può trasformarsi in uno strumento di ricatto, consentendo a pochi di conoscere fatti che la collettività ignora. Il quadro è aggravato anche dal crescente ricorso alle querele temerarie. Per il secondo anno consecutivo, l'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di casi registrati: 21 nel 2024, più della Germania. Anche quando queste azioni giudiziarie non si concludono con una condanna, producono un effetto intimidatorio immediato: scoraggiano le inchieste, inducono all'autocensura e rendono il costo economico e personale del giornalismo investigativo sempre più difficile da sostenere. Nel loro insieme, questi fattori delineano un progressivo restringimento dello spazio della libertà di stampa. Quando i giornalisti incontrano ostacoli crescenti nell'accedere e pubblicare informazioni di interesse pubblico, non viene limitato soltanto il loro lavoro, ma si indebolisce anche il diritto dei cittadini a conoscere fatti essenziali per esercitare un controllo consapevole sul potere”.

Lei ha raccontato che la mancata nomina di Nino Di Matteo al Ministero dell'Interno sarebbe stata influenzata da interessi statunitensi. Ritiene che episodi di questo tipo dimostrino un'ingerenza estera nella politica italiana ancora attuale?

“Certamente non è un caso se alla nascita di ogni governo nel nostro Paese, a prescindere dal ‘colore’, tra i primi viaggi istituzionali che vengono fatti dal Premier di turno vi è quello negli Stati Uniti d’America. Che l'Italia sia stata condannata a essere una colonia degli Stati Uniti, un paese a sovranità limitata, è una verità storica. Questo condizionamento della parte più retriva dell'amministrazione americana prima era occulto, oggi è plateale. Quando parlo della mancata nomina del magistrato Nino Di Matteo come Ministro dell’Interno lo prendo come esempio. Altri inganni e tradimenti che vi sono stati anche nei confronti di figure come Nicola Gratteri, che stava per essere nominato ministro della Giustizia finché non vi è stato l’intervento dell’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Parliamo di magistrati che avrebbero saputo introdurre una vera riforma della giustizia e nel contrasto della lotta alla mafia. Tornando a Di Matteo, alcuni mesi prima delle votazioni del 2018, il Movimento Cinque Stelle aveva proposto al magistrato la guida del ministero degli Interni in caso di un eventuale successo elettorale del partito alle urne”.

“Una data chiave è il 7 aprile 2018, a Ivrea, nell’evento organizzato dall’associazione Gianroberto Casaleggio, l'allora sostituto procuratore nazionale antimafia, intervenendo dal palco, aveva presentato una serie di proposte di intervento sulla giustizia, come l’ampliamento dell’uso delle intercettazioni, l’uso degli agenti sotto copertura e l’impegno sulla lotta alla mafia e la ricerca dei mandanti esterni delle stragi del 1992 e del 1993.E proprio in quell’occasione, dal capo politico di allora, Luigi Di Maio, a Casaleggio, vi furono scroscianti applausi, al termine di quel lungo discorso. Raggiunto il traguardo di prima forza parlamentare, però, la proposta era stata nel frattempo ritirata inspiegabilmente. Qualcosa era cambiato. Il magistrato che per la prima volta, è un fatto noto, era stato contattato nel settembre 2017 non sarà nominato. Un momento chiave certamente è stato il viaggio fatto a novembre di quello stesso anno da Luigi Di Maio alla Casa Bianca. Cosa accadde? Al rientro da quel viaggio, dove incontrò anche lobby americane, si era espresso così: ‘Non è un caso che abbia scelto proprio questa meta come primo viaggio da candidato premier del M5S’. ‘Siamo occidentali e il nostro più grande alleato in Occidente sono gli Stati Uniti’. La coincidenza delle date, associato al cambio di prospettiva è evidente”.

“Cosa ‘ordinarono’ gli americani a Di Maio? Successivamente nei confronti di Di Matteo venne avanzata anche l’idea che potesse essere scelto come ministro della Giustizia (l’incontro di Ivrea era lampante in tal senso) ma alla fine la scelta cadde su Alfonso Bonafede che fu autore di clamorosi fallimenti nella lotta alla mafia. Fu proprio lui, nel peggiore dei tradimenti, a voltare clamorosamente le spalle a Di Matteo per un ruolo al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, preferendogli il magistrato meno noto, Francesco Basentini. Anche in quel caso vi furono impedimenti”.

Lei sostiene che il Governo italiano dovrebbe affrancarsi dal controllo americano e recuperare una piena autonomia nelle relazioni internazionali. Quale sarebbe un passo concreto che un esecutivo dovrebbe compiere per raggiungere questo obiettivo?

“Il punto è proprio questo. Gli Stati Uniti d’America ci trattano come alleati-occupanti, o semplicemente occupanti. In passato, con il mondo diviso in blocchi, i nostri governanti avevano ancora un peso da far valere nelle relazioni internazionali, ma è un dato di fatto che tutti coloro che hanno cercato di affrancarsi da certe politiche è stato o eliminato o ‘abbandonato’ al proprio destino. Oggi il mondo dei due blocchi non c’è ma ci sono altri equilibri internazionali in trasformazione e il nostro Paese, che resta tra i più ricchi del mondo, non può essere un semplice vassallo. Deve avere coraggio per riacquistare la sovranità nazionale. E il faro deve essere la Costituzione. Oggi la Nato non ha più senso. È uno strumento di guerra e di aggressione che difende interessi che non sono i nostri. L'Italia deve diventare paese neutrale. Noi non abbiamo nemici. E non vogliamo crearne. Noi vogliamo restare fuori da ogni guerra. Queste devono essere delle parole d'ordine. Energeticamente dobbiamo creare i nostri interessi che non sono quelli degli Stati Uniti d’America che continua anche a proporre dazi continui. Personalmente credo che si debba essere liberi di commerciare con tutti. Russia e Cina comprese. Senza ipocrisie. Perché è assurdo tenere il pugno di ferro contro la Russia se poi si appoggia un Paese criminale e genocida come Israele”.

In ultimo le chiedo, Direttore, dopo oltre trent'anni di inchieste, processi e battaglie per la verità sulle stragi, crede ancora che questo Paese possa cambiare? Cosa le dà oggi fiducia e cosa, invece, la preoccupa di più?

“La fiducia non va persa. In questi anni di inchieste e processi abbiamo scoperto molto. Non ancora tutto. Resta difficile con lo scorrere del tempo giungere ad una verità giudiziaria, ma la verità storica è ormai palese davanti ai nostri occhi. Basta mettere in fila i fatti. Le mafie non hanno agito da solo in quel piano di attacco allo Stato. C’erano mandanti e concorrenti esterni dietro a quell’atto che non era solo una dimostrazione di forza, ma si inseriva in un progetto di cambiamento che ha portato al crollo della Prima Repubblica, assieme a Tangentopoli, per la nascita della Seconda. Oggi viviamo una nuova fase, ma i patti e le cambiali stipulate allora sono ancora oggi valide”.

“Sono padre di famiglia, nonno e voglio credere in un cambiamento ancora oggi possibile. Il popolo può ancora dire la sua. Lo ha dimostrato con l’ultimo referendum sulla riforma della magistratura, scendendo in campo per la difesa della Costituzione. Si dovrebbe ripartire da lì. E in questo momento sono preoccupato perché vedo che si procede in direzione contraria. Dobbiamo pretendere dalle nostre istituzioni una risposta concreta soprattutto sul piano sociale. Guardando alla politica e le nuove elezioni il mio consiglio è quello di appoggiare quelle realtà che avranno il coraggio di opporsi al sistema di potere stabilito, nella speranza che abbiano la volontà di nominare al ministero degli Interni, della Giustizia e degli Esteri, uomini chiave che possano davvero liberare l'Italia dagli oppressori. Non vogliamo chiacchiere ma fatti. Serve un atto di coraggio. Con un impegno serio contro le organizzazioni criminali ed i traffici internazionali di stupefacenti. Se la lotta alla mafia ed alla corruzione, che rappresenta l’altra faccia della medaglia non compare nei primi punti dell’agenda di governo quel partito o quella coalizione possono anche andare altrove a cercare il voto. È necessario chiedere di aprire gli Archivi di Stato, togliere tutti gli scheletri dall'armadio e raccontare cosa è accaduto in Italia negli ultimi Settant'anni, stragi comprese. Vanno cancellate le ultime riforme della giustizia che hanno minato sempre più l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa, i diritti dei cittadini. E come dicevo a livello internazionale le alleanze politiche ed economiche devono essere riscritte. Ma si deve partire dal coraggio di interrompere questa relazione con il Governo americano che tramite la Cia ha fatto, e fa ancora oggi, il bello e cattivo tempo nel nostro Paese. Sarà difficile, ma non impossibile se il popolo sarà disposto a compiere questo passo”.

Fulvia De Santis