Hector Barajas: “Ho servito gli Stati Uniti. Eppure sono stato deportato”

24 agosto 2026  

Abbiamo avuto l'onore di intervistare il veterano Héctor Barajas, una figura di rilievo nazionale negli Stati Uniti per la sua straordinaria e controversa storia personale. Nato in Messico e cresciuto in California, Barajas si arruolò nell’esercito americano e servì nella prestigiosa 82nd Airborne Division, ricevendo un congedo con onore nel 2001. Dopo essere stato deportato in Messico, trasformò la propria esperienza in una battaglia per aiutare altri veterani americani espulsi dal Paese. Nel 2013 fondò a Tijuana la Deported Veterans Support House, conosciuta come “The Bunker”, diventata un punto di riferimento per i veterani deportati.

La sua vicenda ha attirato l’attenzione di importanti media statunitensi e internazionali. Il Los Angeles Times gli ha dedicato un ampio reportage, mentre KPBS e altre testate americane hanno raccontato la sua attività a sostegno dei veterani deportati. La sua storia è arrivata anche al Congresso degli Stati Uniti, dove nel 2019 Barajas ha testimoniato personalmente davanti ai parlamentari sulla situazione dei veterani espulsi. Dopo anni di battaglie legali e di impegno pubblico, nel 2017 ricevette il perdono dal governatore della California Jerry Brown e, il 13 aprile 2018, tornò a essere cittadino degli Stati Uniti. La sua storia è così diventata un simbolo nazionale del problema dei veterani immigrati deportati e della complessa relazione tra servizio militare, immigrazione e cittadinanza negli Stati Uniti.

Hector Barajas conosce la deportazione sulla propria pelle. Nel 2004, dopo aver prestato servizio nell’esercito americano, si ritrovò nelle mani dell’immigrazione e venne detenuto per più di un anno prima di essere espulso dagli Stati Uniti. Quattro mesi dopo riuscì a rientrare nel Paese, ma nel 2009 venne nuovamente arrestato e deportato. Da allora ha trasformato la propria esperienza in una battaglia per i veterani che, come lui, rischiano di essere allontanati dal Paese che hanno servito. 

Barajas racconta che il problema non è nato con Donald Trump. I veterani vengono deportati, spiega, almeno dal 1996. Ma secondo lui con l’amministrazione Trump la situazione è diventata ancora più difficile. “È una tragedia”, dice parlando delle deportazioni. Quello che lo colpisce maggiormente è vedere persone che hanno servito gli Stati Uniti o che hanno costruito lì la propria vita essere comunque espulse. Tra le storie che ricorda c’è quella di un veterano nato in Italia, deportato e così amareggiato da non voler nemmeno rinnovare la propria green card.

Le storie che più lo toccano sono quelle dei veterani. “Ogni veterano che viene deportato mi colpisce”, racconta. Cita Mohammad Chaudhry, un collega che era stato deportato in Pakistan e che alla fine è stato aiutato a rimanere negli Stati Uniti. Ma pensa anche a chi deve affrontare una deportazione mentre ha problemi di salute e alle famiglie dei militari: le mogli, i padri e le madri di persone ancora in servizio. “Le persone stanno mettendo la loro vita in linea”, osserva. Per questo, secondo Barajas, i loro familiari dovrebbero essere protetti. È proprio questo, secondo lui, uno degli aspetti che viene raccontato troppo poco quando si parla di immigrazione e deportazioni negli Stati Uniti. Non si parla abbastanza dei veterani che, pur avendo servito il Paese, possono ritrovarsi senza uno status documentato e quindi esposti al rischio di espulsione. “Ci sono molti veterani che non hanno fatto nulla, non hanno fatto niente male, hanno solo non avuto uno stato documentato”, spiega. E insieme a loro ci sono famiglie che rischiano di essere separate.

La sua esperienza lo porta a ritenere che anche oggi altri veterani possano trovarsi nella stessa situazione. Barajas ricorda che durante la prima amministrazione Trump venne cancellato il programma MAVNI, che permetteva a persone immigrate di entrare nelle forze armate. Alcuni di quei soldati, racconta, furono poi deportati, mentre altri riuscirono a rimanere negli Stati Uniti. Per Barajas il principio dovrebbe essere semplice: “Se hai servito questo Paese, non importa cosa hai fatto, non devi essere deportato”. E la protezione, aggiunge, dovrebbe riguardare anche la famiglia. Il suo messaggio a Donald Trump e alla sua amministrazione parte proprio da questa contraddizione. “Quando un veterano viene deportato e muore, è portato indietro negli Stati Uniti e poi lo mettono in un cimitero e gli dicono: grazie per il tuo servizio». Per Barajas, però, quelle parole rischiano di essere vuote se lo stesso Paese non si prende cura dei propri veterani quando sono ancora in vita. “Cosa vuol dire grazie per il tuo servizio?”, si domanda Barajas.

Nel suo appello cita anche i veterani che affrontano dipendenze, disturbi da stress post-traumatico e altre difficoltà. A suo avviso, chi ha servito gli Stati Uniti e si trova in difficoltà con il proprio status dovrebbe essere aiutato, fino a ottenere la cittadinanza, così da evitare il rischio di una futura deportazione. “Dobbiamo assicurarci di prenderli in cura”, dice. Oggi Barajas continua così a guardare alle deportazioni non soltanto attraverso la propria storia, ma attraverso quella delle persone che ha incontrato negli anni. Per lui il punto non è soltanto la politica migratoria: è la distanza tra il riconoscimento che gli Stati Uniti riservano ai propri soldati e il destino che alcuni di loro possono subire una volta terminato il mandato.

Fulvia De Santis