Il Terzo incomodo d'America

Di Lorenzo Olivieri

14 settembre 2026  

Libertari, verdi, socialisti: la mappa di chi sfida il bipartitismo americano sapendo di perdere.

Fa caldo la notte del 7 novembre 2000. Insolitamente caldo. L’umidità in Florida si è protratta fino alla notte delle elezioni. Gli scrutatori sudano sulle schede, le contano, perdono il conto, mentre in televisione c’è già chi festeggia la vittoria. Di a poco, le principali reti televisive americane assegnano la Florida ad Al Gore. La ritirano poco dopo, per assegnarla a George W. Bush.

Poi ritirarono anche quella. All'alba, lo scarto tra i due candidati nello stato era di appena 537 voti su quasi sei milioni. Sarebbero seguite cinque settimane di riconteggi, ricorsi e udienze, fino alla sentenza della Corte Suprema che il 12 dicembre fermò lo spoglio e consegnò la Florida, e con essa la presidenza, a Bush. In mezzo a quei 537 voti, c'era un numero che avrebbe perseguitato la sinistra americana per un decennio: 97.488. Sono i voti raccolti in Florida da Ralph Nader, candidato del Green Party, ambientalista e paladino dei diritti dei consumatori da trent'anni prima di scendere in campo per la Casa Bianca. Un numero enorme, se paragonato al margine di soli 537 voti che separò Bush da Gore. Abbastanza, secondo il calcolo più immediato, da aver deciso da solo l'esito delle elezioni.

Da quella fatidica caldissima notte, Ralph Nader sarebbe diventato l’uomo più odiato dalla sinistra americana, lo “spoiler” per eccellenza, quello che regalato la Casa Bianca a Bush per otto anni pur di difendere la purezza ideologica. Da allora, la sua carriera politica è diventata sempre più marginale: nel 2004, quando si ricandidò da indipendente perché i Verdi stessi presero le distanze da lui, raccolse appena lo 0,3% dei voti nazionali. Per il Green Party, il canto del cigno era già stato cantato. Ma Nader è solo il capitolo più famoso di una storia molto più lunga. Quella dei partiti minori americani, condannati da un sistema elettorale che lascia pochissimo spazio a chi non sia democratico o repubblicano.

Il Libertarian Party è il più longevo e strutturato del gruppo. Nasce nel 1971 in Colorado, sull'onda del malcontento per il controllo dei prezzi imposto da Nixon. Oggi è presente sulla scheda in tutti i 50 stati, unico caso tra i terzi partiti americani. La sua proposta unisce due anime che raramente convivono altrove: liberismo economico radicale, tasse minime, deregolamentazione totale, insieme ad un libertarismo sociale altrettanto netto, droghe legali, no all'interventismo militare, difesa assoluta delle libertà civili. Il miglior risultato resta quello di Gary Johnson nel 2016: 3,3% a livello nazionale.

Il Constitution Party sta all'estremo opposto. Fondato nel 1991, propone un'interpretazione letterale e originalista della Costituzione, con una forte impronta cristiana evangelica. Non ha mai superato lo 0,5% alle presidenziali, ma resiste in alcune sacche territoriali, soprattutto in Montana e Idaho.

Più a sinistra si trova il Party for Socialism and Liberation, marxista-leninista, presente a ogni tornata presidenziale senza mai avvicinarsi a risultati misurabili. Più un'organizzazione di attivismo di piazza che una macchina elettorale. Il PSL è stato tra gli organizzatori più attivi delle proteste sui campus universitari nella primavera 2024 legate alla guerra a Gaza, collaborando con collettivi studenteschi come il Palestinian Youth Movement. Ha inoltre co-organizzato oltre 1.700 manifestazioni anti-Israele dal 7 ottobre 2023, spesso insieme alla ANSWER Coalition, un'organizzazione con cui condivide gran parte della leadership.

Infine l'American Solidarity Party, il più giovane, fondato nel 2011. Si ispira alla dottrina sociale cattolica e alla tradizione democristiana europea: conservatore sui temi etici, aborto ed eutanasia in primis, ma progressista su welfare e sanità universale. Una combinazione che non trova posto naturale nel bipolarismo su cui è costruita la politica americana. Il partito, dalle elezioni sta cercando di ritagliarsi uno spazio specifico dentro l'elettorato religioso conservatore, ma su posizioni economiche e sociali che lo distinguono nettamente dai repubblicani.

Tra tutti i partiti raccontati, forse quello che sta avendo la traiettoria più interessante è proprio l’American Solidarity Party, il cui candidato ha raccolto oltre 24.000 voti negli stati in cui compariva sulla scheda, più del triplo rispetto al 2020. Un numero ancora piccolissimo su scala nazionale, ma in crescita reale, sostenuto da un aumento del 50% dei donatori negli ultimi mesi della campagna. A dicembre dello stesso anno, la rivista cattolica America Magazine ha pubblicato un editoriale che invitava i vescovi americani a riconoscere pubblicamente l'ASP come opzione legittima per l'elettorato cattolico, invece di accettare implicitamente la logica del meno peggio tra democratici e repubblicani.

Resta da vedere se basterà. La storia di Nader insegna che, in un sistema costruito per due soli vincitori, anche una crescita concreta può non tradursi mai in un seggio, e che il destino di ogni terzo partito americano è restare un'idea che qualcuno prende sul serio, in attesa che il sistema, prima o poi, gli lasci spazio per contare davvero.