L’affaire Infantino-Trump: il calcio venduto un tanto al kilo
Alessandro Croci
20 agosto 2026
La proposta da 4,2 miliardi di dollari per la FIFA Forward Enterprise è stata ritirata, ma ha aperto una frattura senza precedenti. Al centro ci sono i rapporti sempre più stretti tra Gianni Infantino e Donald Trump, il caso Balogun e il progetto di ingresso dei capitali privati nel business del calcio mondiale.
Il calcio mondiale si trova davanti a uno dei passaggi più delicati dell'era Gianni Infantino. Non tanto per una vendita già consumata, quanto per un progetto che ha fatto esplodere una profonda frattura politica ed economica all'interno della FIFA. La vicenda ruota attorno alla FIFA Forward Enterprise (FFE), la società che la FIFA aveva proposto di creare per concentrare in un'unica struttura le proprie attività commerciali e operative: diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing, biglietteria, hospitality e gestione commerciale delle competizioni. Il progetto prevedeva una valutazione di circa 20 miliardi di dollari e la possibilità di raccogliere fino a 4,2 miliardi attraverso la vendita di una quota di minoranza a investitori privati. La FIFA avrebbe comunque mantenuto il controllo della società. Tra i nomi coinvolti nella possibile operazione era emerso quello di Thrive Eternal, il fondo guidato da Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Secondo le ricostruzioni relative al progetto, il fondo avrebbe avuto un ruolo centrale nella possibile operazione. Ed è proprio qui che la questione finanziaria si intreccia con quella politica. I rapporti tra Infantino e Trump sono infatti diventati sempre più stretti negli ultimi anni. Un rapporto che ha prodotto incontri, riconoscimenti e, durante il Mondiale 2026, anche un episodio destinato a sollevare interrogativi sull'indipendenza della FIFA.
Il riferimento è al caso Folarin Balogun. L'attaccante della nazionale statunitense era stato espulso durante il Mondiale e inizialmente squalificato. La FIFA ha successivamente revocato la sospensione, consentendogli di tornare a disposizione della nazionale. La decisione è arrivata dopo una telefonata tra Donald Trump e Gianni Infantino. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Trump aveva chiesto al presidente della FIFA di intervenire sulla situazione di Balogun. Trump ha successivamente confermato di aver parlato con Infantino. La FIFA, tuttavia, ha negato che la decisione disciplinare fosse stata determinata da un intervento del presidente americano. La vicenda ha provocato polemiche e ha alimentato i dubbi sull'opportunità di un rapporto così stretto tra il vertice della FIFA e la Casa Bianca. Non è l'unico episodio ad aver fatto discutere. Nel dicembre 2025 Infantino aveva consegnato a Trump il primo FIFA Peace Prize, un riconoscimento creato dalla federazione e assegnato al presidente americano durante la cerimonia del sorteggio del Mondiale 2026. La scelta aveva suscitato critiche anche per la particolare vicinanza politica tra i due. Poi è arrivata la FIFA Forward Enterprise. Il progetto avrebbe potuto trasformare radicalmente il modo in cui la FIFA gestisce il proprio enorme patrimonio commerciale. La federazione sosteneva che l'operazione avrebbe permesso di valorizzare meglio i diritti e di generare nuove risorse da destinare alle 211 federazioni affiliate e allo sviluppo del calcio. Ma la proposta ha incontrato una resistenza fortissima.
UEFA, club europei e altre componenti del mondo del calcio hanno contestato soprattutto il metodo con cui Infantino aveva portato avanti il progetto e la prospettiva di concentrare nelle mani della FIFA una parte ancora maggiore del controllo sulle attività commerciali del calcio mondiale. La tensione è arrivata a un punto tale che alcuni dei principali club europei hanno minacciato di boicottare future competizioni FIFA se il progetto non fosse stato ritirato. Alla fine, Infantino ha fatto marcia indietro e la FIFA Forward Enterprise, nella forma proposta, è stata abbandonata. Il caso, però, non si è chiuso con il ritiro del progetto. La polemica è tornata a esplodere con l'uscita di scena di Kevin Lamour, Chief Operating Officer della FIFA, che aveva criticato pubblicamente il piano e la gestione dell'operazione. La sua partenza ha alimentato ulteriori interrogativi sulla governance interna della federazione e sulla possibilità di esprimere dissenso nei confronti della gestione Infantino. Lo stesso Lamour aveva contestato l'idea di trasformare le attività commerciali della FIFA attraverso l'ingresso di capitali privati, mentre altri dirigenti e rappresentanti del mondo del calcio hanno espresso dubbi sulla trasparenza e sul processo decisionale. Il punto, dunque, non è raccontare una FIFA che ha già “venduto il calcio”. Questo, allo stato attuale, sarebbe inesatto.
Il punto è capire perché il vertice del calcio mondiale abbia immaginato un'operazione di queste dimensioni e perché abbia incontrato una reazione così forte all'interno dello stesso sistema calcistico. Da una parte c'è la necessità dichiarata dalla FIFA di trovare nuove risorse e valorizzare ulteriormente un patrimonio commerciale enorme. Dall'altra c'è il timore, espresso dai suoi oppositori, che il calcio internazionale possa diventare sempre più dipendente da grandi investitori privati e da rapporti politici con i centri di potere. E sullo sfondo resta il rapporto tra Infantino e Trump. Un rapporto che negli ultimi mesi è passato dal FIFA Peace Prize alla controversa vicenda Balogun, fino alla proposta di una gigantesca operazione finanziaria nella quale era emerso anche il nome di Joshua Kushner, fratello del genero del presidente americano. La FIFA Forward Enterprise oggi non è più sul tavolo nella forma originaria. Ma la partita sul futuro economico e politico del calcio mondiale è tutt'altro che chiusa. E la vera domanda non è soltanto quanto vale il calcio, è chi lo controllerà domani.


Alessandro Croci
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