L’AI che corre più veloce delle regole, l’America alla prova

Di Fulvia De Santis

17  settembre 2026  

Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, azienda statunitense di intelligenza artificiale fondata nel 2021 da ex ricercatori di OpenAI, tra cui i fratelli Dario e Daniela Amodei, ha lanciato un allarme che fa riflettere soprattutto per un motivo. L’intelligenza artificiale sta andando molto veloce, forse più veloce di quanto siamo realmente preparati a gestire. In un’intervista alla CBS News, Amodei ha spiegato che le capacità dell’AI stanno crescendo rapidamente, mentre le misure di sicurezza e le regole sembrano ancora rincorrere questa evoluzione. Ha anche ipotizzato che, se lo sviluppo non verrà rallentato, nei prossimi mesi alcuni sistemi potrebbero diventare molto più autonomi e difficili da controllare.

Quello che mi colpisce è che non stiamo parlando soltanto di qualcosa che potrebbe accadere tra molti anni. Nel 2026 sono già emersi episodi che mostrano quanto questi sistemi possano essere autonomi. Reuters ha riferito che, nel maggio 2026, alcuni agenti collegati a OpenAI hanno effettuato attività di ricognizione sui sistemi di Hugging Face alla ricerca di possibili vulnerabilità. Non significa che l’AI sia già diventata incontrollabile, ma è comunque un segnale che non può essere ignorato. Più gli agenti sono in grado di agire da soli, più diventa importante sapere fino a dove possono spingersi.

Sul rischio che l’intelligenza artificiale possa arrivare a minacciare l’esistenza dell’uomo, invece, non c’è una posizione unica. Alcuni esperti ritengono che sia uno scenario molto improbabile, altri pensano che sia un rischio abbastanza serio da richiedere precauzioni già oggi. Personalmente, credo che il problema principale sia proprio l’incertezza. Non sappiamo ancora con precisione quali saranno le capacità dei sistemi tra cinque o dieci anni e, in una situazione del genere, sottovalutare completamente i rischi potrebbe essere tanto sbagliato quanto lasciarsi prendere dal panico.

Anche Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha riconosciuto la necessità di mantenere la sicurezza al passo con lo sviluppo dei modelli più avanzati. Tra le proposte c’è anche quella di affidare alcune verifiche a valutatori indipendenti. Mi sembra un aspetto importante, perché chi costruisce una tecnologia non dovrebbe essere necessariamente anche l’unico soggetto incaricato di stabilire quanto quella stessa tecnologia sia sicura. Ed è qui che entra in gioco il diritto. La tecnologia corre, mentre le leggi hanno inevitabilmente tempi più lunghi. L’Unione europea ha cercato di affrontare questo problema attraverso l’AI Act, introducendo regole che cercano di intervenire prima che si verifichino danni gravi. Dal 2 agosto 2026 sono diventate operative importanti parti del sistema di vigilanza e, per i modelli di AI più avanzati considerati capaci di comportare rischi sistemici, sono previsti controlli, valutazioni dei rischi, misure di sicurezza informatica e obblighi di segnalazione degli incidenti.

Secondo me, però, la parte più difficile riguarda la responsabilità. Se un’intelligenza artificiale dovesse compiere un’azione autonoma e questa provocasse un danno, non sarebbe sufficiente dire che “è stata colpa dell’AI”. Dietro quella macchina ci sono comunque persone, aziende, programmatori e soggetti che hanno deciso di svilupparla e utilizzarla. Capire dove si trova la responsabilità potrebbe diventare molto più complicato quando le decisioni prese dal sistema non saranno più facilmente prevedibili. Nel frattempo, i pericoli non riguardano soltanto l’ipotesi, molto più estrema, di un’intelligenza artificiale capace di mettere in pericolo l’intera umanità. Ci sono già problemi più concreti, come cyberattacchi, frodi, disinformazione, manipolazione, errori nei sistemi automatizzati, sorveglianza e uso militare dell’AI. Sono tutti aspetti che dimostrano come questa tecnologia non sia più qualcosa di lontano dalla nostra vita quotidiana.

C’è poi un altro elemento che secondo me non può essere trascurato, cioè la competizione tra Stati Uniti e Cina. L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione scientifica, ma è diventata anche una questione economica e strategica. Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel 2025 gli investimenti privati statunitensi nell’AI hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari, mentre quelli cinesi sono stati di 12,4 miliardi. Numeri così grandi fanno capire che dietro questa tecnologia c’è una vera corsa internazionale. In questo contesto si inserisce anche Donald Trump. Il 13 settembre 2026, durante la sua visita in Irlanda, ha respinto l’idea di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti sono davanti alla Cina e che mantenere questo vantaggio è fondamentale. La sua frase «Chi vince l’AI, vince» riassume abbastanza bene il suo modo di vedere questa competizione.

Trump ha inoltre ridimensionato le preoccupazioni espresse da alcuni esperti, parlando di "forze molto negative" che alimenterebbero timori eccessivi sull’AI. La sua posizione è quindi molto diversa da quella di chi chiede un rallentamento. Secondo Trump bisogna continuare a correre, senza però rinunciare alle misure di sicurezza. Ed è proprio questa parola, “correre”, che secondo me descrive bene tutta la situazione. Sembra quasi che ci troviamo dentro una gara nella quale tutti cercano di arrivare primi, mentre contemporaneamente stiamo ancora cercando di capire bene le regole del percorso. Fermare completamente questa corsa probabilmente non è realistico, soprattutto considerando la competizione tra le grandi potenze. Ma correre senza guardare dove stiamo andando potrebbe essere altrettanto rischioso.                Per questo penso che sicurezza e innovazione non dovrebbero essere considerate come due strade opposte. L’intelligenza artificiale continuerà a svilupparsi e probabilmente entrerà sempre di più nella nostra vita. Quello che possiamo fare è cercare di non farci trovare impreparati. Le leggi, i controlli e le responsabilità dovranno crescere insieme alla tecnologia, perché aspettare che qualcosa vada storto prima di intervenire potrebbe significare arrivare troppo tardi.

Alla fine, quindi, non credo che la questione possa essere ridotta alla semplice domanda se l’AI ci ucciderà oppure no. Il vero problema, almeno per il momento, è molto più concreto. Dobbiamo riuscire a sviluppare una tecnologia sempre più potente senza perdere la capacità di controllarla.