Make America Import Again: la guerra del manzo divide Trump dai rancher
Di Lorenzo Olivieri
Lorenzo Olivieri
2 settembre 2026
Per frenare il prezzo degli hamburger, Donald Trump apre per novanta giorni le porte ad altre 300 mila tonnellate di carne bovina. Ma nell’America rurale la misura viene vissuta come un tradimento: gli allevatori denunciano costi in aumento e un mercato dominato da quattro grandi gruppi.
“Ho votato per lui, ma penso che alcune cose le stia sbagliando. Far arrivare tutta quella carne in questo modo… dovrebbe preoccuparsi degli agricoltori americani” A parlare è uno degli allevatori intervistati in Minnesota da More Perfect Union, organizzazione giornalistica statunitense che si occupa principalmente di lavoro ed economia. Non è un oppositore di Donald Trump e non ha rinnegato il proprio voto. Proprio per questo, però, le sue parole raccontano meglio di molti sondaggi la frattura che si sta aprendo tra la Casa Bianca e una parte dell’America rurale, finora una delle roccaforti del mondo MAGA, proprio con le elezioni di midterms in arrivo. Il 26 agosto Trump ha firmato un provvedimento per aumentare temporaneamente di 300 mila tonnellate la quota di importazione di carne bovina soggetta alla tariffa più bassa. La finestra durerà novanta giorni, dal 1º settembre, con un massimo di 100 mila tonnellate al mese. Non si tratta di bistecche, ma di rifilature magre utilizzate per produrre carne macinata, generalmente mescolate con carne americana più grassa. L’obiettivo dichiarato è ridurre il prezzo degli hamburger; la Casa Bianca auspica che la carne importata venga venduta con uno sconto del 25 per cento rispetto ai prezzi correnti. È il secondo intervento di questo tipo nel 2026. A febbraio Trump aveva già assegnato all’Argentina una quota aggiuntiva di 80 mila tonnellate.
La nuova apertura, invece, è rivolta ai Paesi già autorizzati a esportare negli Stati Uniti che non dispongono di una quota nazionale specifica. L’apertura alla carne argentina era già stata accompagnata da un episodio destinato ad alimentare le preoccupazioni sulla sicurezza dei controlli. Il 7 agosto il Food Safety and Inspection Service dell’USDA ha disposto il richiamo di circa 13,4 tonnellate di tagli bovini provenienti dall’Argentina e distribuiti in Texas e Florida, perché entrati negli Stati Uniti senza essere sottoposti alla re-ispezione obbligatoria prevista per i prodotti importati. Si è trattato di una singola falla procedurale, non direttamente collegata all’aumento delle quote deciso da Trump; la coincidenza temporale, però, ha rafforzato i dubbi degli allevatori e dei consumatori sull’opportunità di accelerare ulteriormente le importazioni. La ragione dell’emergenza, però è chiaramente visibile nei supermercati per i consumatori. A luglio il prezzo della carne bovina risultava superiore del 9,4 per cento rispetto a un anno prima; quello della carne macinata era aumentato del 9 per cento. Il Dipartimento dell’Agricoltura prevede per l’intero 2026 un rincaro medio del 9,8 per cento per manzo e vitello. Alle spalle dell’inflazione c’è una mandria nazionale scesa allivello più basso da circa 75 anni, dopo anni di siccità, incendi e riduzione degli allevamenti.
A complicare la ricostruzione si sono aggiunte le restrizioni sui bovini provenienti dal Messico, introdotte per impedire la diffusione del New World screwworm, un parassita le cui larve attaccano i tessuti vivi degli animali. Prezzi tanto elevati dovrebbero tradursi in guadagni consistenti per chi alleva il bestiame. Nelle testimonianze raccolte in Minnesota, però, questa equazione viene respinta. «Tutto continua a salire, ancora e ancora», osserva un rancher. «Qualunque cosa compri costa di più». Il conflitto con l’Iran ha spinto verso l’alto il prezzo del petrolio e soprattutto del diesel, indispensabile per trattori, trasporto del bestiame e consegna dei mangimi. A questo si aggiungono i fertilizzanti, anch’esse bloccati nello stretto di Hormuz, e attrezzature, manutenzione, interessi bancari e costo della terra. Il prezzo di vendita di un animale, insomma, è la voce minima del bilancio. Ma nelle parole degli allevatori emerge soprattutto un altro bersaglio: l’industria della trasformazione della carne, cioè chi trasforma l’animale in hamburger. «Hanno un monopolio. Possono decidere il prezzo», afferma uno di loro. «Se volessero pagare dieci dollari per quella vacca, la comprerebbero a dieci dollari». Secondo l’Economic Research Service dell’USDA, i quattro maggiori gruppi, JBS USA, Tyson Foods, Cargill e National Beef, gestiscono circa l’85 per cento degli acquisti di manzi destinati alla macellazione, dominando il settore decisivo per la maggioranza degli allevamenti commerciali. Una concentrazione tanto elevata riduce il numero dei possibili compratori in molte aree del Paese e alimenta la sensazione che il singolo rancher non abbia un vero potere negoziale. È qui che il piano di Trump incontra il suo paradosso.
Per aiutare i consumatori, la Casa Bianca aumenta la quantità di carne straniera disponibile. Per gli allevatori, però, nuove importazioni significano ulteriore potere nelle mani degli acquirenti e minori incentivi a ricostruire la mandria americana. L’American Farm Bureau Federation ha avvertito che una riduzione temporanea dei prezzi potrebbe provocare danni di lungo periodo, proprio mentre gli allevamenti stanno cercando di trattenere le femmine riproduttrici e aumentare nuovamente il numero dei capi. Non è neppure certo che il beneficio arrivi interamente alla cassa del supermercato. Economisti e operatori osservano che 300 mila tonnellate rappresentano una quantità limitata rispetto agli oltre 11 milioni di tonnellate che gli Stati Uniti dovrebbero produrre nel 2026. Il provvedimento incoraggia lo sconto del 25 per cento, ma non può garantire che il risparmio doganale venga trasferito integralmente al consumatore invece di fermarsi lungo la filiera. La protesta ha già costretto Trump a spostare l’attenzione sui grandi trasformatori.
Il presidente ha promesso di valutare una semplificazione delle regole per permettere a più allevatori di lavorare e vendere direttamente la propria carne, anche oltre i confini statali. Resta da capire quanto possa ottenere attraverso l’esecutivo: le norme federali sulle ispezioni sono severe e una riforma strutturale richiederebbe probabilmente l’intervento del Congresso. I rancher del Minnesota non sono ancora in rivolta contro Trump. Lo hanno votato convinti, e in parte si riconoscono ancora nelle sue scelte. America First però funzionava in campagna elettorale perché di quale America si parlava rimaneva volutamente nebulosa. Adesso che bisogna decidere quale America viene prima i nodi vengono al pettine. Quella delle famiglie che pagano sempre di più per un hamburger, quella degli allevatori che sostengono di non riuscire a trattenere il valore prodotto oppure quella dei quattro gruppi che controllano il passaggio decisivo tra il pascolo e il supermercato? La guerra del manzo è appena cominciata.


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