Sanzioni contro la CPI, un precedente allarmante per la giustizia internazionale

Di Fulvia De Santis

12 ottobre 2026

Lo scorso 9 ottobre 2026, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato nuove sanzioni dirette contro la Corte penale internazionale all’Aia, nei Paesi Bassi. Il diritto internazionale sta attraversando una fase di profonda trasformazione, soprattutto a seguito delle decisioni della Corte stessa nei confronti di alcuni dei più importanti leader politici contemporanei. Nel marzo 2023, la Corte ha emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, nell'ambito delle indagini sui presunti crimini di guerra connessi alla deportazione e al trasferimento illegale di minori ucraini. Nel novembre 2024, sono stati emessi mandati di arresto anche nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell'allora ministro della Difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l'umanità legati al conflitto nella Striscia di Gaza.

La CPI è un tribunale internazionale indipendente e non un organo delle Nazioni Unite, anche se intrattiene rapporti istituzionali con l'ONU. Se uno Stato contesta una decisione della Corte, può utilizzare gli strumenti giuridici disponibili, nei limiti previsti dallo Statuto. Se invece adotta sanzioni o altre misure contro i giudici e i funzionari si è davanti ad un afferato abuso di potere da parte del governo americano.

Queste decisioni rappresentano un passaggio importante nella storia della giustizia internazionale, poiché dimostrano che anche le più alte cariche politiche non sono automaticamente sottratte al controllo degli organismi giudiziari internazionali. Tuttavia, l'efficacia concreta di tali provvedimenti dipende dalla cooperazione degli Stati, dal momento che la Corte non dispone di una propria forza di polizia e necessita delle autorità nazionali per eseguire gli arresti, per queste ragioni il potere giudiziario viene spesso messo in crisi da giudizi di chi considera questa istituzione debole. Ciò però non significa che la Corte sia priva di potere. Significa che il suo potere giudiziario è limitato dalla mancanza di strumenti autonomi per eseguire gli arresti.

Ma le nuove sanzioni annunciate dall’amministrazione Trump metterebbero in discussione ancor di più l’indipendenza della giustizia internazionale e la possibilità di perseguire i responsabili dei crimini più feroci. Alla CPI aderiscono 125 Stati, ma gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma, tuttavia ai sensi dell’articolo 12 dello Statuto, la Corte può esercitare la sua giurisdizione nei confronti di un cittadino di uno Stato che non ha aderito alla CPI se il crimine viene commesso nel territorio di uno Stato che ha ratificato lo Statuto di Roma. Un principio cardine, che è alla base della giustizia, è sicuramente la sua indipendenza. Un giudice deve decidere sulla base delle prove e delle norme giuridiche, non delle pressioni esercitate da un governo, un principio quest’ultimo richiamato anche in numerose Carte costituzionali dei Paesi occidentali.

Le sanzioni esercitate dall’amministrazione trumpiana non nascono ora, di fatto nel 2020, in occasione del primo mandato di Donal Trump Washington aveva già adottato sanzioni contro alcuni funzionari della Corte, l’obiettivo era contrastare le indagini che coinvolgevano cittadini statunitensi. Poi successivamente, nel 2025 venne varato l’ordine esecutivo n. 14203 che estese il programma sanzionatorio anche ad altre figure come procuratori e funzionari.    Oggi D. Trump senza mezzi termini usa parole violente, definendo la CPI una “Corte canaglia”. Nella nota stampa del 9 ottobre 2026 viene affermato che "Il presidente Donald Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini americani. Per questo motivo, oggi gli Stati Uniti sanzionano la Corte penale internazionale. Vieteremo ogni transazione con questa corte canaglia, tagliandone le risorse e paralizzandone la capacità di operare".

Philippe Bolopin, il direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha dichiarato che "L'amministrazione Trump ha chiarito il suo obiettivo di distruggere la Corte penale internazionale per proteggere i funzionari statunitensi e israeliani dall'essere incriminati dinanzi alla Corte". Senza filtri Bolopin aggiunge che il governo statunitense minaccia la giustizia per le vittime di abusi, della Palestina all’Ucraina, al Myanmar e al Sudan.

I capricci del presidente americano non si sono fatti attendere e di fatto la decisione di sanzionare la CPI è stata annunciata il medesimo giorno in cui l’ex giudice, Navi Pillay è stata premiata con il Nobel perla Pace 2026 per il suo instancabile impegno e il ruole centrale di lotta contro i crimini di guerra e ai crimini contro l'umanità. Se le istituzioni incaricate di perseguire i crimini internazionali diventano oggetto di pressioni economiche e politiche, la loro capacità di operare può risentirne. Allo stesso tempo, l'efficacia della giustizia internazionale dipende anche dalla cooperazione degli Stati e dal rispetto delle regole che ne disciplinano le competenze.

Tomoko Akane, presidente della CPI, con un video messaggio ha sottolineato l’indipendenza delle attività della Corte e ha definito le parole di Rubio una minaccia alle attività della Corte e intimidiscono coloro che lavorano per essa. Lo Statuto di Roma è stato una promessa collettiva secondo cui i crimini più gravi di interesse internazionale non possono in nessun caso rimanere impuniti. La presidente guarda anche in un’ottica futura, partendo da un principio basilare “Nessuno può essere punito per aver servito la causa della giustizia” ma la storia giudicherà questo momento e le generazioni avvenire e soprattutto le vittime di atrocità di massa si chiederanno come ha reagito la CPI quando un’istituzione creata per proteggerle è stata attaccata.