Se l’11 settembre fosse accaduto oggi?
Di Fulvia De Santis
Fulvia De Santis
11 settembre 2026
Ogni 11 settembre vengono riproposte e pubblicate nuovamente molteplici foto del più famoso attentato in occidente. Ciascuna foto porta con sé un bagaglio di dolore e sgomento. Mi sono domandato più volte che cosa sarebbe accaduto se l’11 settembre fosse successo oggi, nel 2026, e non venticinque anni fa. È una domanda inevitabilmente ipotetica, quasi esercizio di fantasia politica. Eppure, più ci penso, più mi sembra che nasconda una questione tutt'altro che astratta: quanto sarebbe diverso il mondo se un trauma di quelle proporzioni irrompesse oggi, in un sistema internazionale già attraversato da guerre, rivalità tra potenze e una crescente incapacità di distinguere l'informazione dalla manipolazione?
Nel 2001 il mondo assistette all'attacco attraverso la televisione. Oggi lo vedremmo accadere sui nostri telefoni, in tempo reale, da decine di angolazioni diverse. Le immagini si moltiplicherebbero prima ancora che le autorità riuscissero a ricostruire gli eventi. Accanto alle immagini autentiche comparirebbero inevitabilmente contenuti manipolati, filmati riciclati, ricostruzioni artificiali e notizie deliberatamente false. Prima ancora di sapere con certezza chi fosse responsabile, una parte dell'opinione pubblica avrebbe già formulato il proprio verdetto. L'11 settembre del 2001 aveva colpito un'America che, pur potentissima, si trovava in un mondo relativamente più ordinato di quello attuale. Oggi gli Stati Uniti non sono più l'unico centro indiscusso del sistema internazionale. La Russia è impegnata in una guerra con l'Ucraina, la Cina rappresenta il principale concorrente strategico di Washington e il Medio Oriente continua a essere una delle aree più instabili del pianeta. Un attentato di dimensioni paragonabili a quelli del 2001 non potrebbe quindi essere interpretato soltanto come un atto terroristico. Washington reagirebbe con ogni probabilità in maniera estremamente determinata. Il presidente americano dovrebbe anzitutto dimostrare di avere il controllo della situazione e, contemporaneamente, rassicurare una popolazione inevitabilmente sconvolta. Le pressioni per una risposta militare sarebbero enormi, soprattutto qualora emergessero
L'Alleanza Atlantica sarebbe chiamata a decidere se considerare l'attacco un'aggressione contro l'intera organizzazione. Ma, diversamente da quanto avvenne nel 2001, oggi una simile decisione si inserirebbe in un quadro internazionale assai più teso e imprevedibile. L'Europa, probabilmente, si troverebbe davanti a una delle decisioni più difficili della propria storia recente: sostenere pienamente Washington, con tutte le conseguenze militari e politiche del caso, oppure cercare di mantenere un margine di autonomia diplomatica. Da una parte ci sarebbe la solidarietà verso gli Stati Uniti e la necessità di reagire a un attacco terroristico di portata straordinaria. Dall'altra, il timore concreto che una risposta sproporzionata possa incendiare ulteriormente il Medio Oriente e trasformare una crisi terroristica in un conflitto internazionale.
Non necessariamente in un'immediata guerra mondiale, come spesso suggeriscono gli scenari più catastrofici, ma nella possibilità di una progressiva escalation. Un attacco americano contro un obiettivo ritenuto responsabile potrebbe provocare una rappresaglia. Questa, a sua volta, potrebbe generare un'ulteriore risposta. Un errore di valutazione, una vittima civile, una nave colpita nel Mediterraneo, un soldato americano ucciso o un attacco contro una base occidentale potrebbero modificare completamente la natura della crisi. Le guerre, del resto, non sempre cominciano perché qualcuno le desidera. Talvolta cominciano perché, passo dopo passo, diventa sempre più difficile tornare indietro. Per quanto riguarda la Russia Mosca condannerebbe probabilmente il terrorismo e, almeno sul piano diplomatico, potrebbe perfino offrire una qualche forma di collaborazione. Ma sarebbe ingenuo pensare che il Cremlino non cercherebbe di sfruttare la crisi a proprio vantaggio. Un'America costretta a concentrare enormi risorse su un nuovo fronte sarebbe, inevitabilmente, un'America meno concentrata sugli altri teatri geopolitici.
Pechino adotterebbe verosimilmente un atteggiamento ancora più prudente. La Cina avrebbe tutto l'interesse a presentarsi come potenza responsabile, favorevole alla stabilità internazionale, mentre osservarebbe con attenzione le difficoltà degli Stati Uniti e cercherebbe di evitare che la crisi degenerasse in un conflitto capace di danneggiare i propri interessi economici. La paura rende accettabili decisioni che, in condizioni normali, verrebbero considerate eccessive. Il cittadino spaventato è disposto a cedere una parte della propria libertà pur di sentirsi protetto. Il problema nasce quando quelle eccezioni diventano permanenti. In questo senso, un nuovo 11 settembre potrebbe modificare profondamente il rapporto tra individuo e Stato, non soltanto attraverso le leggi, ma attraverso la mentalità e c'è un'ultima differenza che trovo quasi paradossale; nel 2001 il mondo aveva bisogno della televisione per assistere alla tragedia, oggi la tragedia arriverebbe direttamente nelle nostre mani. Forse è questo ciò che mi spaventa maggiormente dell'ipotesi di un 11 settembre oggi: non soltanto la possibilità di una nuova guerra, ma la rapidità con cui il dolore potrebbe trasformarsi in rabbia, la rabbia in paura e la paura in consenso politico.


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